L’arte contemporanea ha bisogno di ponti che non la definiscano “stramberia”

Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere un articolo di Luca Rossi pubblicato su Finestre sull’Arte dal titolo provocatorio: Perché l’arte contemporanea produce opere sempre più mediocri?.

È uno di quei titoli che invitano a prendere posizione ancora prima di arrivare alla fine dell’articolo, tratto tipico di Rossi e suo grande merito: saper costringere chi lavora, colleziona o semplicemente ama l’arte contemporanea a interrogarsi sul funzionamento del suo ecosistema. Da oltre quindici anni, infatti, il collettivo artistico e critico che porta il nome di Luca Rossi mette in discussione il sistema dell’arte italiana, denunciandone l’autoreferenzialità, la perdita del senso critico e la crescente subordinazione alle logiche del mercato.

Confesso che, leggendo il suo articolo, mi sono ritrovata ad annuire più volte (non mi capita sempre, non essendo amante delle provocazioni).

Condivido per esempio la riflessione secondo cui molte gallerie di arte contemporanea, e aggiungerei anche numerose fiere internazionali, finiscono oggi per sostenersi economicamente grazie all’arte moderna o ad artisti già consolidati, lasciando sempre meno spazio alla ricerca e al rischio. È una dinamica evidente e comprensibile dal punto di vista economico, ma che inevitabilmente impoverisce il ricambio culturale.

Poi, però, a un certo punto il ragionamento prende una strada che non riesco a seguire.

Quello che trovo interessante nelle tesi di Rossi è che intercettano un malessere reale del sistema dell’arte contemporanea. Ed è proprio per questo che, a mio avviso, meritano di essere discusse con precisione, evitando di trasformare un’intuizione in una generalizzazione.

Nell’articolo sostiene che il mercato dell’arte contemporanea si regga sulla contraddizione sopra esposta: presentarsi come gallerie (e fiere) d’arte contemporanea ma poi vendere moderna. Evidenzia inoltre come il confronto critico si sia indebolito e come le reti di relazioni abbiano sostituito il merito (uhmmm… parlare di merito nell’arte com’è difficile…) e di come attualmente il risultato sia una produzione sempre più “mediocre”, culminata in Biennali popolate di “stramberie”.

Eh no, non ci siamo. Vanno bene le provocazioni, ma chiamare “stramberie” le creazioni artistiche non ha senso.

Luca Rossi è una figura che dal 2009 costringe il sistema a interrogarsi sui propri automatismi. Ma quando definisce certe opere delle Biennali come “stramberie”, il ragionamento perde forza perché introduce un giudizio estetico là dove fino a quel momento stava parlando di un problema strutturale. Questi sono due piani completamente diversi.

L’arte contemporanea è, per sua natura, un territorio di sperimentazione. Come sempre accaduto nel passato, molte opere che oggi consideriamo fondamentali sono state giudicate assurde, incomprensibili o provocatorie nel momento della loro comparsa. Se il criterio diventa “quest’opera è una stranezza“, allora rischiamo di applicare al presente lo stesso errore che la storia dell’arte ha già commesso decine di volte.

Ma poi, dove si vuole arrivare? Al dover chiedere agli artisti di produrre opere “più vendibili”. Ma no. L’artista dovrebbe essere l’unico attore del sistema a rimanere realmente libero. Libero in tutti i sensi. Libero di fallire, libero di sperimentare, libero perfino di realizzare opere destinate a non trovare mai un mercato.

Il compito dell’artista è quello di ANTICIPARE e di ESPRIMERE la SUA arte, prima di interpretare la domanda di mercato (a meno che non operi su commissione e allora ciao, è un altro discorso). Se chiediamo agli artisti di produrre solo quello che il mercato desidera oggi o che non considera “stramberie”, stiamo semplicemente riproducendo il passato.

Ma quindi la questione si sposta dall’artista alle infrastrutture che vi ruotano attorno, i curatori, i critici, i galleristi, e forse sono proprio loro che dovrebbero interrogarsi sul proprio ruolo.

Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva trasformazione del sistema, molti galleristi sono diventati selezionatori di opere già “sicure”, riducendo il rischio culturale, seguendo più la visibilità che il supporto alla costruzione di nuovi linguaggi. Criticabile? Boh, forse no, tutti dobbiamo mangiare. Ma vuol dire essere venditori prima che galleristi.

Lato fiere, queste inevitabilmente premiano quello che vende in pochi giorni, il loro ruolo è di cedere spazi di padiglione a chi legge il ROI della partecipazione dalle opere trattate in sede, perché le relazioni di lungo termine sono difficili da valutare.

Qui condivido Rossi nella sua denuncia (chiamiamola così) a un sistema in cui il consenso e la commerciabilità sostituisce il confronto critico e il rinnovamento. Ma aggiungerei un passaggio: è sbagliato chiedere agli artisti di essere meno radicali

Non serve chiedere agli artisti di essere meno radicali, serve piuttosto che qualcuno ricominci ad assumersi la responsabilità di accompagnare il pubblico dentro quella radicalità. Una galleria dovrebbe costruire un contesto e una curatela dovrebbe offrire strumenti per guardare, un critico prima di certificare un valore dovrebbe spingere a porsi domande.

Forse il vero problema dell’arte contemporanea è che abbiamo progressivamente smesso di costruire i ponti che consentono alle persone di comprendere e apprezzare i messaggi dietro alle opere descritte come “stramberie”.

Qui vedo una straordinaria opportunità. Tra i giovani artisti emergenti e i nuovi collezionisti esiste oggi uno spazio enorme, ancora poco abitato, fatto di mediazione culturale, di racconto, di educazione allo sguardo e di costruzione della fiducia.

Forse la galleria del futuro sarà quella che insegna al pubblico come guardare prima di suggerire cosa comprare. E se riuscirà in questo, il mercato arriverà dopo.

Un mio scatto dell’esterno di Palazzo Grassi, nel quale sono in corso le temporanee dedicate a Michael Armitage e Amar Kamwar

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