L’AI Act è entrato nella sua fase operativa. Dal 2 agosto 2026 sono attive le autorità nazionali, funziona il quadro sanzionatorio ed è partita la vigilanza sui modelli di uso generale, con multe fino a quindici milioni di euro o al 3% del fatturato globale. Sono cifre che di solito bastano ad attirare l’attenzione dei consigli di amministrazione, e la stampa di settore le ha rilanciate ovunque con toni da svolta epocale. In realtà il calendario del regolamento era scritto da anni, e la parte che tocca da vicino la maggioranza delle imprese è entrata in vigore mooolto prima, ma quasi in silenzio.
Mi riferisco all’articolo 4, quello sull’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale delle persone che la usano, operativo già dal febbraio del 2025. È l’obbligo meno appariscente e il più trasversale, perché non riguarda soltanto chi sviluppa i sistemi ma anche, e in numeriche soprattutto, chi quei sistemi si limita a usarli: l’ufficio marketing che usa un generatore di testi, il customer care che lavora con un assistente conversazionale, l’ufficio acquisti che si affida a uno strumento di previsione, insomma, qualsiasi dipendente che, magari senza ammetterlo, usa ChatGPT o Claude in ufficio o a casa sua su materiale dell’azienda.
Ogni organizzazione deve garantire un livello adeguato di competenza a chi lavora con questi strumenti, anche quando l’uso è informale e personale, ed essere in grado di dimostrarlo. Attenzione che “dimostrarlo” rientra nella stessa logica di accountability che avevamo conosciuto con il GDPR: non basta essere in regola, bisogna poterlo provare.
Sembra un tuffo nel passato, quando negli anni ’80 i manager delle aziende fornitrici di FIAT si lamentavano della ISO 9000 e delle sue procedure, che però venivano richieste dal loro principale (quando non unico cliente), e hanno cercato di fare la guerra contro i mulini a vento per anni, salvo poi scoprire che, ben applicata, la qualità aiutava per prime le aziende. Anche in questo caso, l’articolo 4 e la formazione obbligatoria possono essere vissuti come una noia burocratica da chiudere con un modulo generico, lo stesso per tutti, da spuntare per mettere una firma su un registro; modulo che non insegna niente a nessuno, non protegge l’aziende, e costa solo. Oppure si può vedere per quello che è, ossia l’occasione, pagata comunque, di far lavorare meglio le proprie persone.
Io lavoro sulla seconda strada, percorrendola in modo pratico e su misura. Partendo dalle persone, dalle loro paure, dalle loro false convinzioni di competenza e dalle loro insicurezze o troppe sicurezze, per poi capire come davvero ha senso applicare l’IA in azienda, in modo realistico e immediatamente operativo, garantendo la tutela dei dati e mantenendo le persone al centro, evitando l’appiattimento e assicurando tutti che l’IA rimane uno strumento e non una scorciatoia deresponsabilizzante. A fine corso le persone devono sapere cosa fare la mattina successiva in piena sicurezza, abbiano gli strumenti per capire e sviluppare ulteriormente le loro capacità anche in forma autonoma, e l’azienda abbia anche l’evidenza documentale che la norma richiede.
L’alfabetizzazione all’AI è passata da buona pratica a requisito di legge, quindi va trattata per quello che conviene che sia, cioè un investimento sulle persone prima ancora che un adempimento.
Se in azienda vi state chiedendo da dove partire, questo è esattamente il lavoro che faccio: scrivetemi e ne parliamo sul vostro caso concreto.
