Il costo che non vedrete nel prospetto degli investitori

Uno studio pubblicato ad aprile 2026, ripreso da Fortune Italia, stima che i danni sanitari prodotti dall’inquinamento dei data center statunitensi costino circa 25 miliardi di dollari l’anno. NOₓ, particolato fine, black carbon emessi dai generatori di emergenza e dall’infrastruttura elettrica, rumore oltre i 90 decibel in zone residenziali, malattie polmonari, patologie cardiovascolari, mortalità prematura nelle comunità che vivono nelle vicinanze. I costi legati specificamente all’AI ammontano già a 3,7 miliardi, con una traiettoria di crescita stimata fino all’85% man mano che si aggiungono capacità.

Questi numeri ovviamente non compaiono nei rendimenti promessi.

E qui arrivo al punto che trovo sistematicamente ignorato nel dibattito italiano sui data center, che in questi mesi viene presentato quasi esclusivamente come un’opportunità: le infrastrutture che si stanno costruendo invecchiano prima di essere completate.

L’Engineering and Technology Magazine segnala, tra le altre questioni, un problema fisico preciso: i rack di nuova generazione Nvidia GB200 richiedono 120-132 kW di potenza ciascuno, contro i 6-10 kW standard per cui la quasi totalità delle strutture esistenti è progettata. La roadmap Nvidia prevede rack da 600 kW entro il 2027. Una struttura la cui costruzione inizia oggi, con cicli autorizzativi di 10-18 mesi e tempi di allacciamento alla rete elettrica di 18-36 mesi, rischia concretamente di essere obsoleta prima di entrare in piena operatività. Il ciclo di vita dell’hardware AI si è compresso a 18-36 mesi. I piani di ammortamento delle infrastrutture parlano di 10-15 anni.

Tom’s Hardware ha documentato a maggio 2026 che già la metà dei progetti di data center annunciati negli Stati Uniti è stata ritardata o cancellata per impossibilità di garantire l’energia necessaria nei tempi compatibili con il ciclo tecnologico.

In questo contesto, la corsa italiana ai 25 miliardi di investimenti annunciati nel triennio 2026-2028, con tanto di corsie preferenziali normative per chi porta capitali sopra il miliardo, andrebbe letta con molta più cautela di quanta se ne trovi nella comunicazione istituzionale. Il territorio che ospita un data center ne sopporta le esternalità ambientali e sanitarie per decenni, i capitali che lo finanziano hanno orizzonti di uscita di 5-10 anni: c’è una questione di disallineamento strutturale.

Attenzione, non sto dicendo che le infrastrutture digitali non servano. Sto dicendo che presentare la costruzione accelerata di data center come una priorità strategica nazionale, senza un’analisi seria dei cicli di obsolescenza tecnologica, dei costi sanitari sulle comunità e dell’impatto energetico su una rete già sotto pressione, è quantomeno ingenuo. E molto, molto molto costoso, solo che il conto lo pagheremo presto, e lo pagheremo noi e il territorio, non gli investitori.

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