“Un altro Novecento”, e chi avresti potuto essere

Ieri ho visitato Un altro Novecento alla GAM di Torino. Oltre 500 opere su carta che attraversano tutto il secolo: il mezzo come filo conduttore, la carta fragile e immediata come denominatore comune di linguaggi e poetiche diversissime.

È la seconda esperienza recente alla GAM che mi sorprende davvero. Dopo Notti, mostra tematica intensa, conclusa da poco, in cui opere lontanissime dialogavano attraverso un’unica idea, qui il legame nasce dal materiale, e proprio questo apre alla scoperta. Ho incontrato autori che conoscevo e altri completamente nuovi. Tra quelli che mi hanno colpita di più, a me noti e non noti: Cesare Ferro Milone, Federico Bocciardo, Luigi Spazzapan, Attanasio Soldati nella sua essenzialità, Tancredi, Jacques Doucet, Mark Tobey. E poi i grandi maestri, Klimt, Max Ernst, Klee, Sironi, Casorati, Balla e Boccioni, de Chirico, Giacometti, de Pisis, Fontana, Merz, fino a una sezione pop con Roy Lichtenstein e Andy Wahrol, che personalmente mi ha entusiasmato meno rispetto alla ricchezza del resto del percorso.

Quello che funziona molto bene è l’attraversamento non gerarchico del Novecento: nessuna linearità, nessuna storia ufficiale da seguire, solo un insieme di frammenti, prove e intuizioni accostati con intelligenza.

Una nota a parte merita la soluzione adottata per le didascalie, che in questa fase storica sono un cruccio in quasi ogni mostra (caratteri microscopici, grigio chiaro su grigio scuro, buio, oppure tre giga da scaricare sul cellulare per leggere o, peggio, ascoltare, due righe). Qui è stato scelto di raggrupparle su fogli disponibili in ogni sala. All’inizio spiazza, poi diventa evidente la logica: si legge a distanza, in piedi, senza contorsionismi. Una piccola cosa, ma ben pensata.

E poi, al secondo piano, la scoperta più inaspettata: il “Deposito vivente“, uno spazio che rende visibile ciò che normalmente resta nascosto, il vero dietro le quinte di una collezione permanente. Opere accostate, catalogate, presenti, insomma visibili. È uno di quei luoghi che ti mettono in contatto con qualcosa di molto più grande della singola opera.

Mi ha fatto pensare. Ho lavorato per anni nell’organizzazione di fiere, contesti in cui l’allestimento, la selezione, la narrazione degli oggetti sono alla base di tutto, e ricordo bene l’emozione di costruire percorsi espositivi, di scegliere come far dialogare contenuti e significati diversi nello stesso spazio. Era un modo di fare curatoriale, anche se in certi ambiti non si chiama così. Quel deposito mi ha riportata a quella sensazione, amplificata dalla mia passione per l’Arte.

Se avessi incontrato il Deposito vivente molti anni fa (una quarantina, direi) e se mi fossi conosciuta come mi conosco adesso chissà, forse avrei scelto un percorso di studi diverso fin dall’inizio. In parte sto rimediando: mi sono reiscritta all’università proprio per seguire questa passione con il rigore che merita. A volte si capisce tardi cosa ci appartiene davvero. O forse si capisce esattamente nel momento giusto, perché il tempo ci cambia e ci completa.

Uscendo dalla GAM mi è venuta spontanea una riflessione: a volte i luoghi ti fanno immaginare chi avresti potuto essere.

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