I nativi digitali non esistono. E il multitasking nemmeno

Ho appena finito di leggere “Contro il colonialismo digitale” [ref] di Roberto Casati, edito da Laterza. Non è di recentissima pubblicazione, e non è nemmeno un libro di un Casati tecnofobo che sconsiglia di toccare uno schermo: è piuttosto una delle analisi più rigorose e disincantate che abbia letto sul modo in cui abbiamo deciso, collettivamente, di romanticizzare le tecnologie digitali, soprattutto in ambito educativo.

Uno dei bersagli principali del libro è il mito dei nativi digitali. L’etichetta è stata resa popolare da Marc Prensky in un articolo del 2001, poi ripresa in Italia da Paolo Ferri della Bicocca nel 2010. L’idea: i ragazzi cresciuti con il digitale avrebbero sviluppato un’intelligenza diversa, fluida, capace di navigare in modo naturale nella dispersione informativa. Casati smonta la cosa con una semplicità quasi brutale: non esistono dati empirici che supportino questa tesi. Non esiste una “intelligenza digitale specifica”. Nascere in un’epoca in cui esistono certi oggetti non produce automaticamente competenze superiori ma produce, al massimo, abitudine a quegli oggetti.

E qui arriva il passaggio che ho sottolineato tre volte: saper cliccare su un link, gestire un’alternativa sì/no, condividere contenuti su un social non è intelligenza, non è nemmeno conoscenza nel senso pieno del termine. È, dice Casati, “una competenza pratica, un saper fare, o addirittura un’abitudine” (peraltro non di particolare spessore). Afferma anche, giustamente: “Se questa è l’intelligenza di cui stiamo parlando, è il momento di rivedere al ribasso tutte le nostre ambizioni educative”.

Trovo questa posizione particolarmente interessante perché è esattamente quello che sento quando lavoro sull’uso dell’IA: c’è una differenza enorme tra usare uno strumento e capire uno strumento, e confondere le due cose produce professionisti che delegano senza sapere cosa stanno delegando.

Vale anche sul tema del multitasking, che Casati ridefinisce con precisione: non è un nuovo modo di pensare, è piuttosto task switching, cambiare rapidamente compito, non svolgerne più in contemporanea. Quello che affermava già ai tempi della pubblicazione è confermato dalla scienza: l’APA documenta da anni quelli che chiama “switch costs, ogni passaggio da un’attività all’altra comporta un costo cognitivo che si accumula, erode la qualità del lavoro su ciascuna attività e aumenta gli errori. Wake Forest University ha pubblicato nel 2024 ulteriori evidenze in questa direzione. Il cervello non riesce a fare più cose insieme, anche se ci piacerebbe fosse così; cerca di farle velocemente una alla volta, e le fa peggio.

C’è poi un passaggio su Prensky che vale la pena leggere con attenzione. Di fronte al dato che uno studente universitario americano arriva al primo anno con 5.000 ore di lettura, 10.000 di videogiochi e 20.000 di televisione alle spalle, la proposta di Prensky è di abbassare le braccia e portare ancora più videogiochi in classe, far assomigliare la lezione a un gioco. Casati aggiunge: Prensky, quando scrive l’articolo oggi citato come fonte scientifica, di professione fa lo sviluppatore di videogiochi. “Forse non dobbiamo preoccuparci troppo dei conflitti di interesse, ma forse anche sì.”

Io aggiungerei un’altra perplessità sulla gamificazione che mi porto dietro da tempo: va anche contro l’obiettivo di inclusione di genere, perché le donne mediamente meno competitive non amano la gamification e vengono sistematicamente svantaggiate da modelli didattici costruiti su quella logica. Ma questo sarebbe un post a parte.

Chiudo con la frase del libro che mi ha colpita di più, e che trovo bellissima nella sua semplicità: “Il design ha cercato per decenni soluzioni per attirare l’attenzione. È giunto il momento di cercare soluzioni che la proteggano.”

Sì. Esattamente questo.

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