Altra lettura del ponte lungo del 2 giugno: La cattiva coscienza dei fisici di Carlo Rovelli, Ed. Solferino [ref]. Lo dico subito: l’ho letto con sentimenti molto contrastanti, e sicuramente il problema ero io, avevo aspettative diverse. Ma proviamo a capire perché.
Il tema è straordinario e molto promettente: Rovelli ricostruisce la storia della bomba atomica dalle origini (il laboratorio romano degli anni Trenta, Enrico Fermi e il suo gruppo, la scoperta della fissione nucleare) fino alle implicazioni geopolitiche contemporanee, passando per le responsabilità dei fisici che quella bomba l’hanno costruita, o che hanno scelto di non opporsi. La “cattiva coscienza” del titolo, più che condanna retrospettiva è una chiamata al presente. Molti fisici, sostiene Rovelli, hanno preferito rifugiarsi nella neutralità del laboratorio, evitando di fare i conti con le conseguenze di quello che sapevano e sapevano fare.
Quando scrive di fisica, Rovelli è Rovelli: chiaro, elegante, capace di rendere accessibile quello che accessibile non è. È uno scrittore straordinario e non lo dico per piaggeria, ne sono fermamente convinta e lo riconfermo ogni volta.
Il problema è il resto.
Le considerazioni geopolitiche sono, nella migliore delle ipotesi, schematiche e semplicistiche. Quando cita il manifesto Russell-Einstein e la sua tesi fondante “l’umanità ha un solo nemico: la nostra irrazionalità, che ci impedisce di lavorare insieme per risolvere i problemi comuni; abbiamo paura l’uno dell’altro, e questa paura genera le guerre” Rovelli la assume senza problematizzarla. È una visione del conflitto internazionale che un corso universitario di relazioni internazionali mette in discussione al secondo semestre, come anche il buon senso. Condensare in meno di 130 pagine la storia del rischio nucleare dal 1945 a oggi, in termini accessibili E geopoliticamente solidi, è probabilmente impossibile. Ma forse allora bisognava scegliere: o la storia, o la tesi morale.
C’è anche un passaggio sull’intelligenza artificiale che mi ha lasciata perplessa: Rovelli dice che l’IA aggrava il rischio nucleare, il che, volendo, è vero, ma la formulazione lascia intendere che stia parlando di AI generativa, quella degli ultimi anni, quando in realtà i sistemi di comando e controllo nucleare usano algoritmi decisionali che esistono dagli anni Cinquanta. È una distinzione fon-da-men-ta-le, e non farla crea confusione proprio dove servirebbero precisione e rigore.
Ecco, QUESTO è il mio cruccio: da Rovelli mi aspetto rigore. Lo applica magnificamente alla fisica. Quando esce dal suo terreno, l’urgenza morale, pur comprensibile e assolutamente condivisibile, prevale sull’analisi.
Lo consiglio comunque, perché la parte storica e scientifica vale la lettura. Ma si tenga presente che si tratta di un pamphlet appassionato, più che un saggio tecnico. Sono cose diverse, e in questo caso la differenza non è per niente piccola.
