Nuovi livelli di marketing della paura

Amodei e Altman sono tornati a parlare dei rischi dell’intelligenza artificiale in interviste che vengono riportate ovunque in forma di sintesi estreme. Dopo averle ascoltate e lette per intero, non solo nei titoloni mainstream, ho la quasi assoluta certezza che ci si trovi davanti a un caso da manuale di marketing della paura.

Spaventare funziona, perché dà l’idea di uno strumento così potente da poter sfuggire di mano, e questo lo rende affascinante mentre solleva chi lo costruisce dalle proprie responsabilità. Se il vero pericolo è un’IA che “prende il controllo del mondo” come in un film, allora nessuno deve rispondere di come quella tecnologia viene progettata, venduta e usata adesso. L’attenzione scivola su un futuro remoto e le domande invece utili a governare meglio il presente restano in ombra.

Che l’IA porti con sé dei rischi è fuori discussione, lo dico da anni, ma quelli concreti non hanno niente di fantascientifico e sono già davanti ai nostri occhi, spesso nel disinteresse quasi totale. Il calo della capacità critica e di comprensione del testo, la frammentazione sociale e la spinta all’individualismo, la perdita di competenze specialistiche, i licenziamenti decisi sull’onda del tecnoentusiasmo, prima ancora che i numeri li giustifichino. Ecco, io ho più paura di queste cose, non i robot che prendono il potere. Non solo, se andiamo a guardare i bilanci e le applicazioni aziendali reali, per ora a guadagnarci davvero sono soprattutto le grandi società di consulenza, mentre gran parte del valore promesso resta una teoria.

Aggiungerei una riflessione: questi protagonisti sono stati mitizzati, delle loro affermazioni è arrivato al pubblico soprattutto ciò che serviva a renderli geni e fenomeni straordinari.

Suggerisco un piccolo esperimento: ascoltate le interviste per intero, facendo attenzione a come si presentano, il tono di voce, il vocabolario, come argomentano, quali valori lasciano intravedere. E poi poniamoci qualche domanda semplice, tipo: “Mi fiderei di questa persona se dovessi rapportarmici dal vivo? Le lascerei in mano il controllo, non dico del mondo, ma del mio condominio, del mio quartiere? Mi convince come guarda alle persone, comprese le donne e chi ha una disabilità, o le considera solo un peso?”.

Guardare le cose per come sono davvero, senza inseguire falsi miti e senza accettare in modo acritico le paure che ci vengono proposte, non fa di nessuno un nemico dell’innovazione. Occuparsi dei rischi immediati e reali, quelli che chi vende la tecnologia tende a minimizzare, è parte del lavoro di chiunque voglia usare, e far usare, bene questa tecnologia.

La clip a cui mi riferisco in particolare è questa.

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